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L’UOMO
CHE SI ADDORMENTO’ IN UNA CAMERA OSCURA
L’uomo
era da poco arrivato in città.
Aveva
affittato una stanza al primo piano di una vecchia casa in bilico su
una piazza.
Aveva
pochi soldi, non trovava lavoro e aveva iniziato a bere molto.
Semplicemente. Così. Si stava dimenticando perché era
venuto.
La
sera barcollante si buttava sul letto e sveniva in un sonno agitato.
Eppure
era sempre stato un visionario.
Ma
adesso il bicchiere lo aspettava premuroso al mattino e la sera lo
accompagnava nel sonno.
Conosceva
ormai la mappa dei bar della zona e a volte addirittura si
accontentava di rifornirsi al supermercato.
Si
chiudeva in casa e sviava la compagnia. Chi incontrava gli somigliava
troppo e gli pareva di guardarsi allo specchio senza riconoscersi.
Aveva
ormai assoluta confidenza con la sua stanza, ci aveva passato
talmente tanto tempo che anche nell’estrema ubriachezza si muoveva
nello spazio senza sfiorare niente.
A
volte si sfidava in una danza sfrenata per se stesso. Le pareti si
avvicinavano e allontanavano, ma niente cadeva mai. Nulla faceva
rumore. Silenzio.
Un
particolare.
Perdeva
il corpo, si era convinto. Diventava un fantasma che non aveva potere
sulle cose. Poteva passare i muri e non farli cadere. Era l’unica
spiegazione possibile.
Aveva
iniziato allora a raccogliere nel suo girovagare ogni oggetto
abbandonato per modificare lo spazio una volta rientrato e vedere se
inciampava. Niente.
Di
giorno beveva e camminava, camminava e beveva.
Provava
a perdersi. Abbandonava il controllo. Assumeva.
Tornava
a sera con un enorme sacchetto nero pieno della strada. Una volta a
casa lo svuotava piano e iniziava ad assemblare la sua scultura.
Incollava tutto meticolosamente in colonne improbabili per poi
ballare nello spazio barcollante e veder se qualcosa cadeva.
Ma
non succedeva mai.
La
città entrava nella casa, ogni notte di più, fino a
confondersi e sovrapporsi.
Si
interrogava sul suo passato ma non riusciva a recuperare il rapporto
fisico con le cose. Non era mai abbastanza sobrio per ricordare se
era sempre stato così. La sua memoria non afferrava oggetti.
Solo visioni leggere.
Ormai
la casa era piena a dismisura di tutte le cose più inutili.
Ombrelli rotti a non finire, vecchi giornali, bulloni ed ogni tipo di
rottame.
Bottiglie
vuote e nemmeno un vetro rotto.
Tutti
i giorni, alla stessa ora, nella sua stanza, dopo la sua cerimonia,
iniziava la sua danza solitaria tra la discarica della strada.
L’alcool era la sua musica immaginaria e le sue sculture erano come
colonne di fumo che perdevano consistenza al suo passaggio.
Un
giorno un vecchio che portava il cane a fare il solito giro del
quartiere lo intravide. Rimase lì, a fissarlo.
Prima
per paura, poi incredulo.
Pian
piano si creò una piccola folla, tutti guardavano, tutti
volevano vedere. Fermi sul riquadro della finestra accesa.
Il
tempo passava, l’uomo nella casa continuava la danza leggera e
brusca, sembrava cadere, sbandare, ma gli oggetti era come si
allontanassero. Nulla cadeva mai. Come un funambolo. In bilico.
Le
donne allora scesero dai ballatoi con le loro sedie, gli uomini
accesero il tabacco; qualcuno ne approfittò e iniziò a
vendere i biglietti per lo spettacolo.
A
piazza gremita l’uomo di colpo si fermò, spense la luce,
fece un inchino per una platea immaginaria, chiuse la finestra e
svenne sul letto.
Si
addormentò in un’immagine di fantasmi ribaltati.
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